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Il libro del cieco e Il canto del cigno

Il libro del cieco e Il canto del cigno in Brampton, ON

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Ciò che caratterizza la poesia di Nabil Mansar, che colpisce il lettore sino a travolgerlo in un vortice di immagini e di significati, è la continuità assoluta della visione, una visionarietà senza soste, capace di dare voce al visibile e all'invisibile.E colpisce la imprevedibilità delle metafore, e la ampiezza oscura e luminosa dei simboli. Se non avessi letto nella nota biografica che Nabil Mansar si è laureato con una tesi su Surrealismo e misticismo, avrei in ogni caso indicato nella pratica surrealista dell'onirico e in un fondo di misticismo lirico i tratti salienti della sua arte. Io credo che sia giusto far valere il proprio lavoro teorico quando ci si accinge a scrivere versi. Vale per me, precoce studioso della metafora. Vale credo per i poeti che, come Nabil Mansar, sostanziano di cultura poetica ad ampio raggio il proprio lavoro. In Il libro del cieco, la metafora centrale è quella della cecità, e si sviluppa in un canto continuo, con rimandi sempre altamente evocativi, che creano effetti di sconcerto e di rapimento: “Lui è il cieco/io il sospiro”. Ma subito dopo: “Sono il cieco/lui è l'acqua che scorre”. Di chi è la voce che canta? “la notte/ è il libro del cieco e i suoi occhi/sono pietre di fiori”. Il mistero corre tra queste pagine, perché “l'ignoto ha cucito l'abito dell'Universo”. Nell'interiorità del cieco c'è la giraffa, il cervo, la vipera, il sole “che moriva come una donna in uno stagno”, il profumo assassino della rosa, la danza della candela, un universo di luci e di ombre, di violenza e di estasi mistica. Dall’introduzione di Giuseppe Conte
Ciò che caratterizza la poesia di Nabil Mansar, che colpisce il lettore sino a travolgerlo in un vortice di immagini e di significati, è la continuità assoluta della visione, una visionarietà senza soste, capace di dare voce al visibile e all'invisibile.E colpisce la imprevedibilità delle metafore, e la ampiezza oscura e luminosa dei simboli. Se non avessi letto nella nota biografica che Nabil Mansar si è laureato con una tesi su Surrealismo e misticismo, avrei in ogni caso indicato nella pratica surrealista dell'onirico e in un fondo di misticismo lirico i tratti salienti della sua arte. Io credo che sia giusto far valere il proprio lavoro teorico quando ci si accinge a scrivere versi. Vale per me, precoce studioso della metafora. Vale credo per i poeti che, come Nabil Mansar, sostanziano di cultura poetica ad ampio raggio il proprio lavoro. In Il libro del cieco, la metafora centrale è quella della cecità, e si sviluppa in un canto continuo, con rimandi sempre altamente evocativi, che creano effetti di sconcerto e di rapimento: “Lui è il cieco/io il sospiro”. Ma subito dopo: “Sono il cieco/lui è l'acqua che scorre”. Di chi è la voce che canta? “la notte/ è il libro del cieco e i suoi occhi/sono pietre di fiori”. Il mistero corre tra queste pagine, perché “l'ignoto ha cucito l'abito dell'Universo”. Nell'interiorità del cieco c'è la giraffa, il cervo, la vipera, il sole “che moriva come una donna in uno stagno”, il profumo assassino della rosa, la danza della candela, un universo di luci e di ombre, di violenza e di estasi mistica. Dall’introduzione di Giuseppe Conte

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