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Elogio dell'ospitalità: Storia di un "rito" da Omero a Kafka

Elogio dell'ospitalità: Storia di un "rito" da Omero a Kafka in Brampton, ON

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L’inconsueto argomento di questo volume ripercorre trasversalmente l’intera storia della letteratura mondiale, senza distinzione di epoche e di nazioni, nonché utilmente interagisce con la psicanalisi (del resto, gli intrecci tra inconscio ed espressione letteraria sono noti da tempo e tuttora indagati a vari livelli). Si va dunque da Omero a Kafka, passando per stazioni intermedie come Rousseau, Flaubert, Maupassant, Landolfi, Pirandello, Camus, ecc., con l’obiettivo di capire come il concetto di “ospitalità” sia stato sviluppato da questi e altri scrittori, cosa rappresenti l’ospite e cosa si nasconda nel desiderio di ospitare (o di essere ospitati). L’autore individua cosí un aspetto erotico delle funzioni ospitali e parla anzi di vari tipi di erotismo legati alle diverse modalità in cui quelle funzioni si esplicano. C’è dunque un’ospitalità che è chiara premessa di sviluppi amorosi ed erotici, come in alcuni episodi omerici o della letteratura libertina; c’è un’ospitalità pericolosa, quella di molte fosche leggende, dove ospite e ospitato sono di volta in volta l’uno vittima dell’altro; c’è un’ospitalità problematica, come quella illustrata da Flaubert nella Leggenda di san Giuliano l’Ospitaliere, che funziona da catarsi di una vita criminale e si attua pienamente nell’annullamento di sé; c’è infine l’ospitalità alienante messa in scena da Kafka, dove gli stessi membri della sua famiglia sembrano trovarsi casualmente insieme, estranei l’uno all’altro e senza nessuna reale comunicazione. La conclusione miscela sapientemente psicanalisi e letteratura. La tesi di fondo, infatti, è che il bisogno di (auto)ospitalità si confonde con la scrittura letteraria, e che questa diviene il mezzo di ospitare la propria (tragica) estraneità al mondo e agli altri, in qualche modo esorcizzandola e dunque accettandola.
L’inconsueto argomento di questo volume ripercorre trasversalmente l’intera storia della letteratura mondiale, senza distinzione di epoche e di nazioni, nonché utilmente interagisce con la psicanalisi (del resto, gli intrecci tra inconscio ed espressione letteraria sono noti da tempo e tuttora indagati a vari livelli). Si va dunque da Omero a Kafka, passando per stazioni intermedie come Rousseau, Flaubert, Maupassant, Landolfi, Pirandello, Camus, ecc., con l’obiettivo di capire come il concetto di “ospitalità” sia stato sviluppato da questi e altri scrittori, cosa rappresenti l’ospite e cosa si nasconda nel desiderio di ospitare (o di essere ospitati). L’autore individua cosí un aspetto erotico delle funzioni ospitali e parla anzi di vari tipi di erotismo legati alle diverse modalità in cui quelle funzioni si esplicano. C’è dunque un’ospitalità che è chiara premessa di sviluppi amorosi ed erotici, come in alcuni episodi omerici o della letteratura libertina; c’è un’ospitalità pericolosa, quella di molte fosche leggende, dove ospite e ospitato sono di volta in volta l’uno vittima dell’altro; c’è un’ospitalità problematica, come quella illustrata da Flaubert nella Leggenda di san Giuliano l’Ospitaliere, che funziona da catarsi di una vita criminale e si attua pienamente nell’annullamento di sé; c’è infine l’ospitalità alienante messa in scena da Kafka, dove gli stessi membri della sua famiglia sembrano trovarsi casualmente insieme, estranei l’uno all’altro e senza nessuna reale comunicazione. La conclusione miscela sapientemente psicanalisi e letteratura. La tesi di fondo, infatti, è che il bisogno di (auto)ospitalità si confonde con la scrittura letteraria, e che questa diviene il mezzo di ospitare la propria (tragica) estraneità al mondo e agli altri, in qualche modo esorcizzandola e dunque accettandola.

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